I nostri autori:

Andrea Vesco

Sarah Vesco

Alessio Giuliano

Antonio Massara

Kentia al Trappitu

Kentia al Trappitu

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Ogni siciliano si porta dentro un’immagine mitica della Sicilia che con forza emerge quando si trova a parlare di essa. Questo pensiero risulta inevitabile mentre si attraversa il lungo corridoio che dalla strada principale ti conduce all’interno del ristorante Kentia di Cefalù.

Un susseguirsi di dipinti, tele, stampe, dai colori più vivaci, dai motivi più disparati: ora una marina, ora il feudo desolato e senza tempo, o il ritmo pulsante della vita dei giardini, pale di fichidindia e donne formose.

Il mito della Sicilia che è tutto questo ed altro ancora, pur nelle sue evidenti contraddizioni, risulta giustificato non appena si rifletta su alcune costanti della storia. E ad essere sinceri, il meraviglioso balcone sul blu, di cui è dotato lo stesso ristorante spinge a questa come a tante altre riflessioni.

L’essere al centro di un’area che è stata uno dei fondamentali poli di formazione e sviluppo della civiltà, le molteplici culture che ne hanno scandito le vicende storiche, hanno fatto della Sicilia “l’isola del mondo”. Nessun luogo ha visto culture tanto diverse, nessun paesaggio agrario ha conosciuto, ad esempio, tante trasformazioni.

Più che una storia evolutiva per la Sicilia si può parlare di una storia cumulativa. I nuovi popoli e per conseguenza i nuovi costumi, le nuove culture, tecniche e linguaggi non hanno mai completamente sostituto quelli precedenti ma a essi si sono venuti a sovrapporre.

E così anche il ristorante Kentia ha visto nel corso della sua storia molteplici cambiamenti. E’ stato un Frantoio, innanzitutto. Al centro della grande sala, ancora in bella vista, la molazza e la pressa. Come sia diventato poi un ristorante purtroppo non ci è dato saperlo. Ma siamo certi che anche questo aspetto, nel corso dei secoli, non verrà cancellato.

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#nofire

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Una passeggiata a Cefalù, Cortile Pepe

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