I nostri autori:

Andrea Vesco

Sarah Vesco

Alessio Giuliano

Antonio Massara

2017. Novantacinquesima vendemmia

2017. Novantacinquesima vendemmia

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Se tenessimo il conto dalla prima questa sarebbe la novantacinquesima vendemmia, novantacinquesima. Da allora, nel secolo breve, tutto è cambiato, o quasi. Di asini e zimmili io ne ho solo sentito parlare, li ho immaginati per differenza solo grazie al racconto degli anziani, nel mio orizzonte personale solo trattori, carrelli, cassette e tanto caldo, afa.

La vendemmia, per secoli, ha avuto nella nostra provincia, un altro inizio, sempre lo stesso, meteorologicamente più clemente con il lavoro e la fatica fisica, l’8 Settembre. Nella stessa data si è celebrato per secoli sia l’inizio della raccolta delle uve che l’avvio del progetto celeste in terra, in quella data nasceva infatti la beata vergine. Più recentemente, alla ventiduesima vendemmia, l’armistizio, nuova vitae!

Quest’anno, se le temperature non dovessero dare tregua, per quella data, molta dell’uva dell’annata, la poca che non sarà letteralmente inghiottita dalla caligine di questi giorni, sarà già vino. Quando l’inizio diventa la fine, allora si che si può affermare con certezza che, tutto è cambiato.

Stamattina però, gli odori, l’afa, a me sembravano quelli di sempre, identici a tutte le mie vendemmie, al punto che ho avuto la certezza che se un giorno fossi diventato cieco, non avrei avuto difficoltà a riconoscerlo, il primo giorno di vendemmia.

Così come identiche al passato, a tutte le passate vendemmie, sono state le sensazioni provate, le emozioni percepite e condivise anche in silenzio con chi quella vigna l’ha seguita, non solo emotivamente, passo passo, tutto l’anno.

Ogni anno è come tagliare un traguardo, terminare una gara in solitudine, contro tutti, contro tutto.

Al primo taglio, la scarica adrenalinica sostituisce il miglior sedativo possibile, l’uva è in salvo, al riparo da malattie, siccità, grandine, l’uva è salva; il mio lavoro non è andato disperso, il nostro lavoro ha l’evidenza e la concretezza materica di un frutto il cui succo è destinato, grazie almeno ad altrettanto lavoro, a diventare uno dei più vivi e aristocratici generatori di significato di tutto il comparto agro alimentare italiano, il vino.

Come in qualunque altro caso, anche in questo, il successo è il risultato del migliore lavoro di squadra, ma oggi ognuno, tra coloro che hanno partecipato alla fatica, almeno in un primo istante, gode di una immensa gioia privata, pensa “ce l’ho fatta!” poi, razionalizzando, condivide e ripete la stessa frase al plurale, ed è li che la festa ha inizio.

La festa inizia quando il divertimento di uno, la passione subita, così come l’orgoglio del risultato, diventa il criterio di identificazione ed appartenenza dell’altro, di tutti gli altri, quando grazie ad un feticcio, l’uva, il mio elevato al nostro, scaccia ogni miope senso della proprietà individuale. Il lavoro comune consente il passaggio dal proprio al compiuto, da ciò che precariamente è all’assoluto che sarebbe dovuto diventare, ciò a cui ogni singolo acino sarebbe destinato, il miglior vino possibile.

Noi, per certo, tutti insieme, riusciamo a produrre, qui a Beleda, oggi, forse uno dei migliori Catarratto della modernità enologica, sicuramente dell’ortodossia contemporanea a cui si accodano con con gerarchico rispetto lo Zibibbo, il Grillo, l’Insolia, il Nero d’Avola…

Si chiude un ciclo, se ne apre un altro, l’uva, il mosto, il vino…

Il lavoro in vigna è compiuto, ma in cantina siamo solo all’inizio, come ogni anno, solo all’inizio, e come tutti gli ansiolitici, anche il primo taglio, solleva dalla fatica dell’esistenza solo per un attimo, solo per consegnarti ad un nuovo inizio, ad un nuovo ciclo di attese, di speranze, di desideri, di aspettative, alcune delle quali saranno soddisfatte, poche; molte altre offese dalla pigrizia della materia che si oppone, per inerzia ed antagonismo, vigliaccamente, ad ogni ideale possibile.

Non resta che attendere il primo sorso del nuovo vino, le prime degustazioni, per ritrovare conferme e gratifiche, per riprendere fiato, per un nuovo attimo di felicità, per un istante di sollievo.

E così di attesa in attesa, di rimando in rimando ogni fine diventa un inizio, ogni inizio una fine, tutto cambia, nulla cambia, tutto inizia, nulla inizia.

Nel circo delle vanità dove il trionfo della morte sembrerebbe l’unico possibile, la vite ed il lavoro degli uomini insieme, le ambizioni, le speranze, i traguardi, così come gli insuccessi di tutto un gruppo e mai di un singolo, inaugurano nella vite che continua, una concreta possibilità di futuro, il cambiamento.

Grazie a tutti coloro che hanno reso possibile, anche quest’anno, una nuova vendemmia.

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Il Testo è di Andrea Vesco, le foto di Antonio Massara

Solo il ritornello...

Solo il ritornello...

Una nuova Vendemmia

Una nuova Vendemmia